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Carenza di ferro, aumenta il rischio cardiovascolare?


Che relazione c’è tra la salute cardiovascolare e i livelli di ferro nell’organismo? Chi presenta una carenza di questo prezioso minerale ha un maggior rischio cardiovascolare? Le evidenze prodotte dalla ricerca scientifica non sono ancora definitive e hanno fornito Leggi altro

Diverticolite, niente alcolici e bevande gassate


Quando i diverticoli, non solo si sono formati, ma si sono anche infiammati, si è colpiti da diverticolite. Il trattamento di questo disturbo del tratto gastrointestinale prevede nei casi non gravi l’adesione a una dieta particolare, oltre che la Leggi altro

Salute dei reni, quanta acqua bere?


Il nostro corpo è costituito in buona parte da acqua, in una percentuale che tocca quasi il 60%. È impossibile vivere senz’acqua ed è necessario mantenerne l’equilibrio interno soprattutto durante la stagione calda, quando attraverso il sudore ne espelliamo Leggi altro

Demenza, chi dorme più di nove ore a notte ha un rischio maggiore?


Il sonno in eccesso come potenziale marcatore del rischio di demenza. Dormire regolarmente oltre nove ore a notte sarebbe infatti associato a un rischio doppio di sviluppare demenza nell’arco di dieci anni rispetto a chi, ogni notte, ne passa Leggi altro

Longevità e benessere, aumentano negli anziani altruisti


Vivono più a lungo e vivono meglio le persone che, in età avanzata, si prendono cura degli altri con un atteggiamento di supporto e aiuto, che tiene però conto del “ama il prossimo tuo come te stesso, non più Leggi altro

Carenza di ferro, aumenta il rischio cardiovascolare?

Che relazione c’è tra la salute cardiovascolare e i livelli di ferro nell’organismo? Chi presenta una carenza di questo prezioso minerale ha un maggior rischio cardiovascolare? Le evidenze prodotte dalla ricerca scientifica non sono ancora definitive e hanno fornito risultati contrastanti. Una recente ricerca dell’Imperial College London e University College London ha associato a maggiori livelli di ferro un ridotto rischio di malattia coronarica. Ne parliamo con la dottoressa Barbara Sarina, ematologa di Humanitas.

Uno studio del 1999 pubblicato su Circulation ha sottolineato come non ci fossero forti associazioni tra l’incidenza delle malattie cardiovascolari e i livelli di ferro nell’organismo; altre ricerche avevano visto come maggiori quantità di ferro potessero avere un effetto protettivo sulla salute del cuore, secondo altri studi, il rischio cardiovascolare poteva invece aumentare.

(Per approfondire leggi qui: Anemia da carenza di ferro, acido folico per evitarla dopo il parto)

Il team dei due centri di ricerca inglesi ha fatto ricorso alla genetica per valutare questa associazione: ha individuato una variazione del DNA su 48 mila individui associabile a maggiori o minori livelli di ferro. Ha poi rintracciato questa variazione in oltre 50 mila pazienti con malattia coronarica. È emerso così come i pazienti nei quali questa variazione del DNA era legata a maggiori livelli di ferro, il rischio di presentare la malattia coronarica era più basso.

Pertanto – suggeriscono i ricercatori nello studio pubblicato su Arteriosclerosis, Thrombosis, and Vascular Biology – con più ferro si ridurrebbe il rischio di sviluppare la malattia coronarica. Il dato non è però conclusivo: «Sul ruolo protettivo di più elevati valori di ferro nello sviluppo di malattie cardiovascolari, credo si debba attendere ulteriore conferma», sottolinea la dottoressa Sarina.

Più chiaro invece il rapporto tra anemia e salute cardiovascolare

«Come per tutte le anemie, qualsiasi ne sia la causa, il ridotto apporto di ossigeno, dovuto ai bassi valori di emoglobina, “affatica” il cuore», spiega la specialista. «Quindi nei pazienti cardiopatici si tende a mantenere l’emoglobina a livelli superiori a 9 o 10 proprio per evitare un sovraccarico di lavoro al cuore. Il ferro interviene non solo nella sintesi dell’emoglobina ma gioca un ruolo importante anche in altri processi e lo dimostrano i numerosi sintomi legati alla carenza, come perdita capelli e irritabilità, ad esempio. Pertanto – conclude – la carenza di ferro deve essere sempre corretta».

Fonte: Humanitas


Diverticolite, niente alcolici e bevande gassate

Quando i diverticoli, non solo si sono formati, ma si sono anche infiammati, si è colpiti da diverticolite. Il trattamento di questo disturbo del tratto gastrointestinale prevede nei casi non gravi l’adesione a una dieta particolare, oltre che la terapia farmacologica. Ma con i diverticoli infiammati cosa è più indicato bere e cosa, invece, è meglio non ingerire? Ne parliamo con la dottoressa Beatrice Salvioli, gastroenterologa di Humanitas.

I diverticoli sono delle piccole “tasche” che possono formarsi lungo le pareti del colon, in particolare nella parte sinistra. La loro formazione, che prende il nome di diverticolosi, è piuttosto comune dopo i 40 anni. Ma la semplice presenza di questi “palloncini” non è sintomatica: ciò a cui bisogna prestare attenzione è l’infiammazione dei diverticoli, ovvero alla diverticolite.

(Per approfondire leggi qui: Diverticolite, rischi anche da una dieta ricca di carne rossa?)

Se si avvertono sintomi come dolori addominali o costipazione ecco che la diverticolosi si sta trasformando in malattia diverticolare mentre la comparsa di altri sintomi, come la febbre o nausea e vomito, segnala l’infiammazione in corso.

La dieta

Per il trattamento di casi non complicati di diverticolite si dovrà aderire a una dieta adeguata: «Se c’è già un’infiammazione in atto, comprovata sia dall’esame clinico che di laboratorio (es. alti indici di infiammazione), la prima cosa da suggerire al paziente, in termini di dieta, è l’eliminazione delle scorie, ovvero frutta, cereali, verdure, per almeno una settimana», spiega la dottoressa Salvioli.

«Importante è idratarsi adeguatamente, soprattutto durante la stagione calda, quando i diverticoli si fanno maggiormente sentire. Ovviamente vanno eliminati anche sughi e intingoli e cibi elaborati e fritti. Praticamente una dieta leggera ed in bianco».

Tra i liquidi è ammessa solo l’acqua

«Se c’è un’infiammazione dei diverticoli, è meglio bere solamente acqua naturale ed evitare alcolici e bevande gassate e/o zuccherate. L’olio per condire è concesso», conclude la specialista.

Fonte: Humanitas


Salute dei reni, quanta acqua bere?

Il nostro corpo è costituito in buona parte da acqua, in una percentuale che tocca quasi il 60%. È impossibile vivere senz’acqua ed è necessario mantenerne l’equilibrio interno soprattutto durante la stagione calda, quando attraverso il sudore ne espelliamo maggiori quantità rispetto al resto dell’anno.

Ecco alcune regole e consigli del dottor Giulio Mingardi, responsabile dell’Unità Operativa di Nefrologia e Dialisi di Humanitas Gavazzeni Bergamo su come, quando e quanta acqua bere per mantenere in salute i reni, gli organi deputati alla produzione dell’urina.

Controllare quantità e colore dell’urina

Il nostro organismo, attraverso l’attività “intelligente” dei reni, elimina l’acqua in eccesso (e le scorie presenti nell’organismo) attraverso l’urina. Quando nell’organismo c’è un eccesso di acqua l’urina è abbondante e assume un colore chiaro, quasi trasparente, perché è più diluita. Quando al contrario l’urina è poca e ha un colore giallo intenso significa che il corpo è povero di acqua ed è necessario dunque assumerne in maggiore quantità.

Dal punto di vista della quantità di urina emessa, non è importante la qualità dell’acqua assunta (del rubinetto, minerale, oligominerale…). La regola è semplice: più acqua si beve (o si assume attraverso gli alimenti) e maggiore sarà la quantità di urina espulsa.

L’acqua fredda è ingannatrice

L’acqua fredda non è più efficace di quella a temperatura ambiente nel far passare la sete. Semplicemente ha maggiore effetto sulle nostre papille orali dandoci la sensazione di avere esaurito la sete. Ma è un inganno, solo bevendo acqua a temperatura moderata è possibile stabilire se il bisogno di acqua del nostro organismo è del tutto soddisfatto.

A volte è necessario bere più del normale

Bisogna bere più del normale quando si è affetti da calcolosi renale, così da agevolare l’espulsione dei piccoli calcoli presenti negli ureteri. Per prevenire la formazione di nuovi calcoli è necessario bere almeno 2-3 litri al giorno al di fuori dei pasti.

Simili quantità sono da bere anche per prevenire le infezioni urinarie e quando si è persa molta acqua a causa di forte sudorazione, vomito o diarrea.

A volte bere troppo può essere pericoloso

L’assunzione di troppa acqua può essere pericolosa per chi soffre di insufficienza renale, perché i reni non sono in grado di eliminare quella in eccesso. Troppa acqua può essere inoltre pericolosa per chi è in dialisi e per chi soffre di patologie legate al cuore o al fegato in presenza di edemi.

Fonte: Humanitas


Demenza, chi dorme più di nove ore a notte ha un rischio maggiore?

Il sonno in eccesso come potenziale marcatore del rischio di demenza. Dormire regolarmente oltre nove ore a notte sarebbe infatti associato a un rischio doppio di sviluppare demenza nell’arco di dieci anni rispetto a chi, ogni notte, ne passa a letto di meno. Ne parliamo con la dottoressa Lara Fratticci, neurologa di Humanitas.

Un team della Boston University School of Medicine (Stati Uniti) ha analizzato i dati del Framingham Heart Study riferiti a poco meno di 2500 persone per valutare l’associazione tra il sonno e il rischio di demenza. I partecipanti avevano auto-riferito le loro abitudini notturne ed erano stati osservati per 10 anni per valutare l’incidenza di qualsiasi forma di demenza, anche quella dovuta alla malattia di Alzheimer. Nel corso di un decennio sono stati rilevati 234 casi di demenza. Lo studio è stato pubblicato su Neurology.

Ebbene, dall’analisi dei dati a disposizione, gli scienziati hanno individuato la “soglia critica” delle 9 ore: oltre, il rischio di sviluppare demenza sarebbe maggiore.

«La ricerca – spiega la dottoressa Fratticci – ha rilevato come i partecipanti che dormissero più a lungo avevano un volume cerebrale ridotto e questo dato potrebbe essere relazionato all’associazione tra il rischio di demenza e l’eccesso di sonno: chi aveva un volume cerebrale ridotto aveva necessità di dormire oltre nove ore. L’eccesso di sonno potrebbe accreditarsi come un marcatore predittivo del possibile sviluppo di demenza, non tanto come sua conseguenza quanto come suo sintomo».

Nei pazienti con malattie neurodegenerative il sonno è disturbato

«Chi riferisce di dormire molto a lungo – continua – meriterebbe una valutazione più attenta da parte di un neurologo delle proprie capacità cerebrali e delle proprie funzioni cognitive. I disturbi del sonno – ricorda la dottoressa – vanno sempre segnalati allo specialista in ottica preventiva».

Se l’associazione tra il rischio di demenza e i disturbi del sonno intesi come necessità a dormire troppo, è un’acquisizione recente, la correlazione con le malattie neurodegenerative è ormai nota: «Nei pazienti con demenza a corpi di Lewy, con malattia di Parkinson e Atrofia multisistemica si verifica una disregolazione del ciclo sonno/veglia, spesso evidenza di un disturbo del comportamento in  fase REM del sonno, e frequenti risvegli notturni», conclude la specialista.

Fonte: Humanitas


Longevità e benessere, aumentano negli anziani altruisti

Vivono più a lungo e vivono meglio le persone che, in età avanzata, si prendono cura degli altri con un atteggiamento di supporto e aiuto, che tiene però conto del “ama il prossimo tuo come te stesso, non più o prima di te – sottolinea la dottoressa Katia Rastelli, psicologa dell’ospedale Humanitas. – Come dimostrato da uno studio pubblicato su Evolution and Human Behavior che per 20 anni ha seguito 500 anziani, per lo più nonni che si occupavano di nipoti e figli, ma anche di persone al di fuori della famiglia, questo atteggiamento di cura ha effetti positivi sul benessere psicologico e sulla longevità. Mettersi in relazione con gli altri, tenendo in adeguata considerazione anche i propri bisogni di riposo, benessere e conservazione dell’energia, cioè senza esagerare nel coinvolgimento fisico ed emotivo, aiuta gli anziani a dare valore alla propria vita, di pensare meno ai propri problemi ma anche di confrontarsi con gli altri, allontanando l’isolamento e condividendo pensieri ed emozioni. Al contrario invece, sentirsi inutili, sentire di non avere le risorse per far fronte alle richieste della vita, che con l’invecchiamento diventano più difficili da affrontare, genera stress che influisce negativamente sul benessere e sulla longevità. Infatti, secondo i dati dello studio, la metà degli anziani coinvolti nella cura degli altri erano ancora vivi dopo 10 anni dall’intervista mentre la metà di chi non si era preso cura di nessuno era già morto dopo 5 anni. Per questo è importante aver esercitato, fin da giovani, l’intelligenza emotiva, cioè l’empatia che aiuta a creare e rinforzare una rete di supporto per dare e ricevere quell’aiuto che fa star bene, dà senso e valore alla propria vita anche da anziani. Senza dimenticare che, oltre ad aumentare l’aspettativa di vita e il benessere, il confronto con gli altri, il trascorrere del tempo di qualità socializzando e prendendosi cura degli altri, aiuta anche a mantenere efficienti l’attenzione e la memoria, ovvero le funzioni cognitive superiori.

Fonte: Humanitas


Parkinson e Alzheimer, la ricerca tra studio delle cause e farmaci sperimentali

La malattia di Alzheimer e quella di Parkinson sono forse le più note tra le malattie neurodegenerative, patologie dai sintomi diversi ma che presentano tratti comuni. Gli scienziati di tutto il mondo sono impegnati per ottenere nuove informazioni su aspetti ancora poco noti di queste malattie, dall’origine ai fattori di rischio al trattamento. Anche in Humanitas le malattie neurodegenerative rappresentano un’importante area di ricerca. Per l’attività dei ricercatori impegnati in questo ambito è possibile destinare i fondi del 5×1000. Ne parliamo con la professoressa Michela Matteoli, responsabile di Humanitas Neuro Center, direttore dell’Istituto di Neuroscienze del CNR e docente di Humanitas University, e il professor Alberto Albanese, responsabile di Neurologia dell’ospedale Humanitas.

«Le malattie neurologiche degenerative sono caratterizzate dalla perdita precoce (spesso in età adulta e nel pieno delle capacità produttive) di cellule nervose (neuroni) in alcune parti specifiche del sistema nervoso. Tale perdita è inizialmente selettiva, interessa cioè un numero limitato di neuroni, e può rimanere localizzata o diffondersi fino a generalizzarsi. Le diverse malattie neurologiche degenerative – spiegano gli specialisti – hanno sintomi diversi, in rapporto alla loro progressione, che può essere variabile, e alle aree nervose colpite. Ad esempio, la malattia di Parkinson, che colpisce in Italia circa 300mila persone interessa inizialmente le aree del controllo motorio, per poi eventualmente – ma non necessariamente – colpire anche i nervi che controllano gli organi interni o interessare le funzioni cognitive. La malattia di Alzheimer, che insieme alle altre demenze colpisce quasi un milione di italiani, inizialmente interessa le aree della memoria, per poi estendersi a quasi tutta la corteccia cerebrale».

(Per approfondire leggi qui: Matteoli: “Contro l’Alzheimer arricchiamo la nostra riserva cognitiva”)

Quali sono i tratti condivisi delle malattie neurodegenerative?

«Nonostante i sintomi clinici rendano queste malattie apparentemente diverse, esse hanno in comune la progressiva degenerazione delle cellule nervose e condividono meccanismi biologici tra loro simili. Vi sono due principali meccanismi di degenerazione delle cellule nervose: l’apoptosi e la crisi energetica. Nel primo caso – continuano gli esperti – le cellule nervose si arrendono perché si rendono conto di non riuscire più a controllare il proprio metabolismo, nel secondo caso perché non riescono a ricaricarsi di energia in modo adeguato. In genere, questi fenomeni avvengono in conseguenza dell’accumulo di frammenti di proteine che formano aggregati dannosi per il neurone; in alcuni casi esistono fattori genetici che favoriscono la formazione degli “accumuli” proteici tossici, ma anche l’ambiente (batteri, virus, tossine) o addirittura gli stili di vita (dieta, abitudini sedentarie) possono facilitare l’insorgenza dei fenomeni degenerativi».

In cosa consiste l’attività di ricerca di Humanitas sulle patologie neurodegenerative?

«Humanitas è in prima fila nella lotta contro le malattie neurologiche degenerative attraverso la ricerca dei fenomeni biologici che le causano e lo studio dei pazienti che ne sono colpiti. In particolare ci occupiamo di capire in che modo l’ambiente, e in particolare l’infiammazione, possano favorire l’insorgenza della malattia, allo scopo di comprendere perché ci si ammala, e di individuare nuove strategie per la prevenzione e la cura di queste patologie, che sono purtroppo destinate a colpire sempre più pazienti nei prossimi anni. Presso Humanitas si sperimentano nuove cure farmacologiche, chirurgiche, riabilitative volte a rallentare o contrastare la degenerazione del sistema nervoso. Il tuo contributo può accelerare le nostre ricerche e migliorare la qualità di vita dei pazienti con malattie neurologiche degenerative», concludono la professoressa Matteoli e il professor Albanese.

Fonte: Humanitas


Neuropatia diabetica, attenzione a pressione alta e colesterolo

Una delle possibili complicanze del diabete mellito è la neuropatia diabetica, una condizione patologica in cui si alterano la struttura e la funzione dei nervi interessati. Secondo il National Institute of Diabetes americano tra il 60% e il 70% delle persone con diabete è colpito da una qualche forma di neuropatia diabetica. A essere danneggiata è la capacità delle fibre nervose, paragonabili a dei cavi elettrici, di trasmettere gli stimoli.

La conseguenza della neuropatia diabetica è la comparsa di disturbi di tipo sensoriale e motorio di varia natura, dai crampi ai formicolii, dal dolore, anche a riposo in particolare di notte, al mal di testa, a seconda delle sedi interessate. Possono essere compromesse anche le funzioni cardiocircolatorie, la regolazione della pressione, la funzione intestinale e dell’apparato urinario. La neuropatia può colpire sia le estremità, come mani, gambe e piedi – la cosiddetta neuropatia periferica – sia gli organi interni. In questo caso si parla di neuropatia autonomica e ne è un esempio la neuropatia autonomica cardiovascolare.

(Per approfondire leggi qui: Diabete, camminare 10 minuti dopo i pasti aiuta a controllare la glicemia?)

Come ricorda un gruppo di ricercatori della University of Michigan (USA), che hanno redatto un nuovo documento ufficiale sulla neuropatia diabetica con l’American Diabetes Association, la prevenzione della neuropatia è un pilastro della cura del diabete: «La neuropatia diabetica rappresenta una delle complicanze microvascolari del diabete. In quanto tale, come la nefropatia e la retinopatia diabetica, si previene curando precocemente ed adeguatamente la malattia metabolica», aggiunge il dottor Cesare Berra, responsabile della Sezione Malattie metaboliche dell’ospedale Humanitas.

Chi ha il diabete non deve fumare

«Dati scientifici sono concordi nel ritenere prioritario il trattamento dell’iperglicemia il più presto possibile, e con i farmaci migliori a nostra disposizione. In Humanitas – continua – abbiamo la possibilità di utilizzare tutti i nuovi farmaci per il diabete ai quali si deve sempre associare una adeguata terapia educazionale sulle corrette abitudini di vita. Ricordo, inoltre, che la neuropatia diabetica purtroppo è una concausa del cosiddetto “piede diabetico”, altra pericolosa complicanza del diabete».

(Per approfondire leggi qui: Diabete, aver cura della pelle per prevenire il piede diabetico)

«Come tutte le complicanze micro e macrovascolari, oltre che nell’iperglicemia, nella loro genesi riconoscono altri fattori come ipertensione (maggiormente implicata però nella nefropatia diabetica) e fumo di sigaretta, nocivo sempre su grossi e piccoli vasi. Chi ha il diabete deve assolutamente evitare di fumare, deve controllare adeguatamente la pressione arteriosa (le nuove linee guida si accontentano di valori “normali” di pressione intorno ai 120/130 la sistolica e 80 mm/Hg la diastolica) oltre che l’assetto lipidico, in particolare il colesterolo LDL che deve essere sotto i 100 mg/dl».

FONTE: Humanitas


Meningite, Iss: quali vaccini esistono e chi dovrebbe vaccinarsi

Sulla meningite non c’è alcuna emergenza. Per l’Istituto superiore di Sanità “l’epidemia è solo mediatica” e per il ministero della Salute “al momento non esiste alcuna situazione epidemica”. Di fronte al susseguirsi di casi di meningite, anche fatali, in tutta Italia, dalla Toscana alla Lombardia, dal Piemonte alla Sicilia, tanti cittadini preoccupati si sono rivolti a medici di base, Asl ed esperti per rivolgere diverse domande sulla malattia e su come poterla prevenire.

Il Dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di Sanità è intervenuto per rispondere ai dubbi più comuni sulla meningite, su chi è più a rischio e sui vaccini disponibili:

Quali batteri causano la meningite?

Tra gli agenti batterici che causano la meningite il più temuto è Neisseria meningitidis (meningocco), oltre a Streptococcus pneumoniae (pneumococco) e Haemophilus influenzae. Del meningococco esistono diversi sierogruppi: A, B, C, Y, W135, X. Il C è il più aggressivo; insieme al sierogruppo B è anche il più frequente.

Quali sono le fasce più a rischio di contrarre la meningite da meningococco?

I bambini piccoli e gli adolescenti, ma anche i giovani adulti, sono a rischio più elevato di contrarre infezione e malattia. Per quanto riguarda il sierogruppo B, la maggior parte dei casi si concentra fra i bambini più piccoli, al di sotto dell’anno di età.

Quali sono i vaccini a disposizione contro la meningite e, esattamente, contro quali ceppi? 

Esistono tre tipi di vaccino anti-meningococco:

  • il vaccino coniugato contro il meningococco di sierogruppo C (MenC): è il più frequentemente utilizzato, e protegge solo dal sierotipo C;
  • il vaccino coniugato tetravalente, che protegge dai sierogruppi A, C, W e Y;
  • il vaccino contro il meningococco di tipo B: protegge esclusivamente contro questo sierogruppo.

Sono obbligatori o raccomandati?

Alcuni vaccini sono già raccomandati ed offerti gratuitamente, altri invece lo saranno appena entrerà in vigore il nuovo Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale. La scheda vaccinale attualmente in vigore prevede la vaccinazione anti meningococco C nei bambini che abbiano compiuto un anno di età, mentre è consigliato un richiamo con vaccino tetravalente per gli adolescenti. Il vaccino tetravalente coniugato anti-meningococco A,C,Y,W, è consigliato anche per gli adolescenti che non sono stati vaccinati da piccoli, e dovrebbe comunque essere somministrato a chi si reca in Paesi ove sono presenti i sierogruppi di meningococco contenuti nel vaccino.

(Per approfondire leggi qui: Meningite, Lorenzin: i vaccini l’unico modo per difendersi)

Al di fuori delle due fasce di età sopracitate, il vaccino è fortemente raccomandato in persone a rischio o perché affetti da alcune patologie (talassemia, diabete, malattie epatiche croniche gravi, immunodeficienze congenite o acquisite etc.) o per la presenza di particolari condizioni (lattanti che frequentano gli asili nido, ragazzi che vivono in collegi, frequentano discoteche e/o dormono in dormitori, reclute militari, e, come sopra accennato, per chiunque debba recarsi in regioni del mondo dove la malattia meningococcica è comune, come ad esempio alcune zone dell’Africa). Il vaccino contro il meningococco B, attualmente offerto in alcune regioni nel primo anno di età, sarà presto raccomandato per i bambini più piccoli anche a livello nazionale.

Quali sono gratuiti e quali a carico del cittadino?

La vaccinazione contro il meningococco C è gratuita e prevede una sola dose a 13 mesi. Per il resto l’offerta vaccinale varia da Regione a Regione. La vaccinazione contro il meningococco B prevede diversi dosaggi a seconda dell’età in cui si inizia a vaccinare, anche se il vaccino è indicato soprattutto al di sotto di un anno di età. Al momento, questo vaccino è gratuito solo in alcune Regioni, ma presto dovrebbero esserlo a livello nazionale.

Per quanto riguarda i vaccini contro gli altri agenti batterici della meningite, la vaccinazione contro Haemophilus Influenzae B (emofilo tipo B) è solitamente effettuata, gratuitamente, insieme a quella antitetanica, antidifterica, antipertosse, antipolio e anti epatite B, al 3°, 5° e 11° mese di vita del bambino, come da calendario vaccinale italiano. Non sono necessari ulteriori richiami. La vaccinazione contro Streptococcus pneumoniae (pneumococco) è offerta gratuitamente e va somministrata in 3 dosi, al 3°, 5° e 11° mese di vita del bambino.

(Per approfondire leggi qui: Meningite da Escherichia coli, il caso della maestra morta a Roma)

Negli adolescenti va fatta la vaccinazione? E se è stata fatta a un anno di età va fatto un richiamo?

La vaccinazione contro il meningococco C, o meglio il vaccino tetravalente, è certamente consigliabile per gli adolescenti. Per chi è stato vaccinato da bambino al momento non è previsto alcun richiamo, anche se è comunque consigliabile effettuarlo. In Regioni come la Toscana tale vaccino è attivamente offerto.

Per gli adulti che nell’infanzia non sono stati vaccinati contro il meningococco è consigliata la vaccinazione?

La vaccinazione negli adulti non è raccomandata a meno che non siano presenti i fattori di rischio o le condizioni sopra riportate. Chi vuole può comunque ricorrere alla vaccinazione, anche se non gratuitamente (a parte Toscana o contesti particolari), rivolgendosi alla ASL o facendosi prescrivere il vaccino dal proprio medico di base.

Fonte: Humanitas


Influenza 2016: 3 virus aggressivi in arrivo. Le novità sui vaccini 2016

influenza 2016Influenza 2016: 3 virus aggressivi in arrivo. Le novità sui vaccini 2016

In arrivo l’influenza: Brisbaine, Hong Kong e California i virus influenzali 2016 in arrivo. 6-7 Milioni di italiani colpiti. Le novità sui vaccini 2016.

Influenza 2016, in arrivo tre virus molto aggressivi: Brisbaine, Hong Kong e California. Si prevede oltre 6 milioni di italiani colpiti. Vaccini: crollo dei vaccini tra gli anziani e le novità dei vaccini anti-influenzale in gravidanza.
In arrivo l’influenza 2016. Col l’abbassarsi delle temperature, puntuali come ogni anni, arrivano i virus influenzali di stagione.
Tre i virus attesi per quest’anno, e sono molto aggressivi: Brisbaine, Hong Kong e California che è stato il virus influenzale responsabile della pandemia del 2009.
L’influenza 2016 ha colpito l’Italia in anticipo rispetto alla norma. A Bari già due ricoverati per il virus influenzale: si tratta di due bambini di 6 anni, ora dimessi.
Previsti 6-7 milioni italiani colpiti dall’influenza.
Influenza 2016: il vaccino disponibile da ottobre
Per fronteggiare l’aggressività dei virus influenzali in arrivo, i virologi suggeriscono di anticipare la vaccinazione. Il vaccino sarà disponibile da ottobre.
Influenza, vaccino antinfluenzale in gravidanza e vaccino antipertosse ecco novità 2016

Estendere la vaccinazione antimeningococco B agli adolescenti più a rischio; allargare l’offerta del vaccino antipertosse in gravidanza e la copertura della vaccinazione contro l’influenza nella donna durante il secondo o terzo trimestre di gravidanza. Sono queste alcune delle novità introdotte nella terza edizione del Calendario per la vita 2016.
Il Calendario per la vita 2016 proporre di allargare la vaccinazione antimeningococco B agli adolescenti a rischio e poi, in futuro, a tutti gli altri, si raccomanda anche la vaccinazione contenente l’antipertosse per le donne in gravidanza.

Per quanto riguarda le novità nell’età pediatrica, il nuovo Calendario per la vita 2016 raccomanda l’estensione della vaccinazione antiinfluenzale anche ai bambini sani dai sei mesi di vita ai 6 anni d’età. Inoltre, si propone di anticipare la vaccinazione antirotavirus alla sesta settimana.

Influenza 2016: crollo dei vaccini antinfluenzali tra gli anziani, un anziano su 2 non è protetto

“Gli allarmi sui vaccini che si sono susseguiti nelle ultime due stagioni, pur dimostrando un miglioramento nella sorveglianza da parte della autorità preposte, alla fine hanno determinato un grave calo della copertura vaccinale”.
Lo ha detto Tommasa Maio, responsabile Area Vaccini della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale.

“La scorsa stagione siamo arrivati al 51 per cento della copertura vaccinale degli over 65 quando invece il target è il 75 per cento”, ha riferito Paolo Bonanni della Federazione italiana medici pediatri. “La cosa piu’ grave – ha aggiunto Maio – è nei soggetti a rischio, quelli cioè con malattie croniche come diabete o cardiopatici, la copertura è stata inferiore del 30 per cento. Eppure, per queste persone il vaccino antinfluenzale può essere un salvavita”.

Fonte: Affari Italiani


Diabete, cuore protetto grazie alla Dieta mediterranea

Diabete, cuore protetto grazie alla Dieta mediterranea

 

Nelle persone con diabete di tipo 2 cuore e vasi guadagnerebbero in salute grazie alla Dieta mediterranea. Questo regime alimentare è stato associato infatti a maggiori livelli di cellule coinvolte nella riparazione dei vasi sanguigni. Lo suggerisce uno studio italiano presentato all’ultimo congresso dell’Associazione europea per lo studio del diabete.

La ricerca è stata condotta su 215 soggetti con diabete tipo 2 appena diagnosticato e randomizzati in due gruppi: al primo è stato chiesto di seguire una Dieta di tipo mediterraneo, mentre al secondo gruppo una dieta a basso contenuto di grassi. Dopo un anno si è visto come nei primi i livelli circolanti dei progenitori delle cellule endoteliali era significativamente maggiore rispetto agli altri pazienti. Queste sono cellule staminali prodotte dal midollo osseo coinvolte nei processi di riparazione dell’endotelio, il tessuto che riveste l’interno dei vasi sanguigni.

Lo studio è stato presentato da ricercatori della Sid, la Società italiana di Diabetologia. Come sottolinea il suo presidente Giorgio Sesti, il miglioramento di questi livelli circolanti avrebbe un effetto preventivo delle complicanze cardiovascolari nei pazienti diabetici.

Il rischio di malattie a carico di cuore e vasi nei pazienti diabetici è infatti da 2 a 4 volte più alto che nel resto della popolazione, ricorda l’Istituto superiore di Sanità. Per contenere il rischio cardiovascolare, e anche per la quotidiana gestione della patologia, al paziente diabetico è indicato seguire uno stile di vita sano, fatto di attività fisica aerobica regolare e di alimentazione equilibrata, di ispirazione mediterranea.

Perché è importante che nei pazienti diabetici aumentino i livelli circolanti dei progenitori delle cellule endoteliali?

«Perché questo genere di cellule è implicato nella riparazione dei vasi sanguigni, quindi possiede un effetto protettivo sullo sviluppo di complicanze micro e macrovascolari del diabete tipo 2, sostanzialmente una protezione dal processo aterosclerotico», risponde il dottor Cesare Berra, responsabile della Sezione Malattie metaboliche dell’ospedale Humanitas.

Perché per un paziente diabetico è importante seguire la Dieta mediterranea?

«La Dieta mediterranea intesa come un maggiore consumo di verdura, quindi fibre e vitamine, cereali integrali, noci e frutta secca, pesce, ricco di omega 3, ma anche pasta, frutta e, perché no?, un bicchiere di vino al giorno possiede una ricca letteratura nel ridurre il rischio di sviluppare diabete e altre patologie metaboliche e soprattutto di ridurre il rischio nel paziente affetto da diabete di sviluppare malattie cardiovascolari».

L’olio di palma, invece, andrebbe consumato con parsimonia?

«Sì. Studi precedenti hanno già evidenziato come possa accrescere il rischio di insulino-resistenza, fattore patogenetico per lo sviluppo della malattia diabetica. Sempre, comunque, meglio controllare nell’etichetta delle confezioni dei cibi che compriamo il reale contenuto nutrizionale, se conosciamo cosa mangiamo possiamo prevenire malattie importanti come il diabete ma anche le malattie cardiovascolari», conclude lo specialista.

Fonte: Humanitas