Parkinson e Alzheimer, la ricerca tra studio delle cause e farmaci sperimentali - Residenza Villa Arcadia

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Salute dei reni, quanta acqua bere?


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Demenza, chi dorme più di nove ore a notte ha un rischio maggiore?


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La malattia di Alzheimer e quella di Parkinson sono forse le più note tra le malattie neurodegenerative, patologie dai sintomi diversi ma che presentano tratti comuni. Gli scienziati di tutto il mondo sono impegnati per ottenere nuove informazioni su aspetti ancora poco noti di queste malattie, dall’origine ai fattori di rischio al trattamento. Anche in Humanitas le malattie neurodegenerative rappresentano un’importante area di ricerca. Per l’attività dei ricercatori impegnati in questo ambito è possibile destinare i fondi del 5×1000. Ne parliamo con la professoressa Michela Matteoli, responsabile di Humanitas Neuro Center, direttore dell’Istituto di Neuroscienze del CNR e docente di Humanitas University, e il professor Alberto Albanese, responsabile di Neurologia dell’ospedale Humanitas.

«Le malattie neurologiche degenerative sono caratterizzate dalla perdita precoce (spesso in età adulta e nel pieno delle capacità produttive) di cellule nervose (neuroni) in alcune parti specifiche del sistema nervoso. Tale perdita è inizialmente selettiva, interessa cioè un numero limitato di neuroni, e può rimanere localizzata o diffondersi fino a generalizzarsi. Le diverse malattie neurologiche degenerative – spiegano gli specialisti – hanno sintomi diversi, in rapporto alla loro progressione, che può essere variabile, e alle aree nervose colpite. Ad esempio, la malattia di Parkinson, che colpisce in Italia circa 300mila persone interessa inizialmente le aree del controllo motorio, per poi eventualmente – ma non necessariamente – colpire anche i nervi che controllano gli organi interni o interessare le funzioni cognitive. La malattia di Alzheimer, che insieme alle altre demenze colpisce quasi un milione di italiani, inizialmente interessa le aree della memoria, per poi estendersi a quasi tutta la corteccia cerebrale».

(Per approfondire leggi qui: Matteoli: “Contro l’Alzheimer arricchiamo la nostra riserva cognitiva”)

Quali sono i tratti condivisi delle malattie neurodegenerative?

«Nonostante i sintomi clinici rendano queste malattie apparentemente diverse, esse hanno in comune la progressiva degenerazione delle cellule nervose e condividono meccanismi biologici tra loro simili. Vi sono due principali meccanismi di degenerazione delle cellule nervose: l’apoptosi e la crisi energetica. Nel primo caso – continuano gli esperti – le cellule nervose si arrendono perché si rendono conto di non riuscire più a controllare il proprio metabolismo, nel secondo caso perché non riescono a ricaricarsi di energia in modo adeguato. In genere, questi fenomeni avvengono in conseguenza dell’accumulo di frammenti di proteine che formano aggregati dannosi per il neurone; in alcuni casi esistono fattori genetici che favoriscono la formazione degli “accumuli” proteici tossici, ma anche l’ambiente (batteri, virus, tossine) o addirittura gli stili di vita (dieta, abitudini sedentarie) possono facilitare l’insorgenza dei fenomeni degenerativi».

In cosa consiste l’attività di ricerca di Humanitas sulle patologie neurodegenerative?

«Humanitas è in prima fila nella lotta contro le malattie neurologiche degenerative attraverso la ricerca dei fenomeni biologici che le causano e lo studio dei pazienti che ne sono colpiti. In particolare ci occupiamo di capire in che modo l’ambiente, e in particolare l’infiammazione, possano favorire l’insorgenza della malattia, allo scopo di comprendere perché ci si ammala, e di individuare nuove strategie per la prevenzione e la cura di queste patologie, che sono purtroppo destinate a colpire sempre più pazienti nei prossimi anni. Presso Humanitas si sperimentano nuove cure farmacologiche, chirurgiche, riabilitative volte a rallentare o contrastare la degenerazione del sistema nervoso. Il tuo contributo può accelerare le nostre ricerche e migliorare la qualità di vita dei pazienti con malattie neurologiche degenerative», concludono la professoressa Matteoli e il professor Albanese.

Fonte: Humanitas

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